L'arte imita la vita più di quanto l'arte non imiti la vita

Oscar Wilde

diego a. collovini

Non aggiungere anni alla vita ma vita agli anni

Rita Levi Montalcini

 

 

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Friuli venezia giulia

 

Loris

Agosto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Percorsi nel sole - 2014

pigmenti, resine e smalti su tela aggomitolata - 50x40 cm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Silenzio dirompente - 2015

pigmenti, resine e smalti su tela aggomitolata - 100x90 cm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il frastuono del vento - 2014

pigmenti, resine e smalti su tela aggomitolata - 60x80 cm

 

 

Terra di nessuno - 2015

pigmenti, resine, smalti e ferro su tela aggomitolata - 21x19 cm

 

Le piante conoscono bene i distinti sapori della luce

 

D. Chozas

 

 

 

Loris Agosto, pittore, David Marinotto, scultore; due artisti, i cui linguaggi espressivi, completamente diversi, sono chiamati a dialogare (ma questa non è la prima volta). Loro malgrado, perché le esperienze dei due non hanno né la stessa origine formativa, né hanno condiviso lo stesso percorso creativo. Se da un lato il pittore friulano ha seguito l'operare di Ceschia e di questi ne ha raccolto gli insegnamenti più intensi, dall'altro lo scultore giuliano appare come un'appendice di quel percorso, tutto veneziano, che si è articolato nella titolarità del corso di scultura all'Accademia di Venezia. Per cui le nostre osservazioni devono superare le singole creatività, per riservare ogni considerazione alla ricerca artistico-espressiva dell'arte contemporanea in Friuli Venezia Giulia, di cui questi due artisti ne sono protagonisti.

Entrambi si muovono tra storia dell'arte e ricerca, tra percorsi già sperimentati e nuovi orizzonti espressivi. Nelle loro opere, infatti, troviamo alcuni componenti linguistici che non possono non riferirsi alle esperienze passate, e questo ci induce a una lettura che vuole evidenziare la continuità della ricerca artistica friulana, e, nel contempo, da questa far emergere gli elementi spiccatamente individuali e personali della loro creatività. Se uno appare sgargiante e irruento nella pittura, l'altro, nelle sculture, esprime un atteggiamento silenzioso e riflessivo. Due concezioni artistiche che, proprio per la loro distanza, si manifestano quasi complementari, poiché nell'alternanza dell'irruenza pittorica di Agosto si inserisce la progettualità tutta formale di Marinotto; così non possiamo non osservare come alla scala tonale brillante della pittura, si alterna una monotonalità cromatica vibrante della superficie scultorea; oppure rilevare come il colorismo di Agosto nasca da un contatto diretto con le proprie esperienze quotidiane, mente le figure di Marinotto ripercorrono un formalismo razionale aniconico.

Entrambi partono da un'idea che contiene, all'orizzonte, già la percezione dell'opera finita, e con essa anche la certezza che il processo artistico è sempre in divenire e, in tal modo, si deve confrontare – e questo sempre più spesso – con l'attualità e la contingenza del fare; e questa immediata comparazione non rappresenta né un limite espressivo, né un abbandonarsi completamente al risultato fenomenico dei linguaggi dell'arte. La temporalità dell'atto artistico è dunque il momento nel quale si va ad accordare la progressività creativa individuale con i linguaggi dell'arte. Tutti e due hanno ben in mente la progressione del loro lavoro, poiché se da un lato le tavole di corrispondenza dei colori (da Goethe a Chevreul, da Itten ad Albers) guidano la logica compositiva del cromatismo di Agosto, dall'altro la sinuosità del segno e la mutevolezza dello spazio (forma e spazio sono la ragione della scultura) delimitano il percorso di Marinotto.

L'attività di Agosto inizia con la superficie; questa però non è generata da una primaria progettualità, ma può essere definita come un cominciamento, ovvero la realizzazione, per quanto arbitraria e indipendente, del "luogo della pittura", che l'autore denomina tele aggomitolate. Queste sono la risultante di un primario processo creativo. La tela viene dapprima imbevuta di colla poi stropicciata e lasciata indurire. Ne risultano così delle superfici estroflesse, sempre differenti e dalle forme inimmaginabili, dove a improvvise sporgenze si susseguono altrettanto imprevedibili concavità. Nell'alternarsi irregolare dei pieni e dei vuoti si viene definendo un illusorio gioco di luce/ombra, con un ritmo formale sempre differente e sempre imprevedibile. Tutto questo diventa lo stimolante palcoscenico per il colore.

Solo dopo il completamento del processo di razionalizzazione dell'accidentalità della superficie, Agosto interviene con l'azione pittorica. Il colore, steso con la tecnica del dripping o buttato direttamente sulla superficie, disegna ampie campiture e, nel seguire il moto pittorico, viene unificando la temporalità dell'esecuzione con l'individuazione della superficie da dipingere. I colori, percorrendo le pieghe della tela, si uniscono, si fondono, si addensano, confrontano tra loro, fino a creare casuali ed improvvisi chiaroscuri. Rivoli colorati ridisegnano la superficie, alternando zone dalle tinte vivaci ad altre di contenute profondità ricche di materia. Si vengono così ad alternare zone di luce e altre di ombra, tutte cangianti a seconda dell'inclinazione della sorgente luminosa.

Ciò che conta dunque è l'immagine nel suo insieme, poiché quest'unità, si apre a un cromatismo di tipo naturalistico, tema cui si era dedicato a suo tempo Afro. Un naturalismo astratto che interpreta l'alternarsi della luce e la metamorfosi delle tonalità di luce e colore. Così nel duplice chiaroscuro (colori chiari e scuri e tagli di luce) riaffiora la mutevolezza della superficie e delle policromie: un cangiamento simile a quello del paesaggio che l'artista vede, nell'alternarsi delle ore del giorno, ma anche delle stagioni, dal suo studio di Sedilis. È un'astrazione – intesa nel suo primario significato – che guida dialetticamente il confronto tra colore e superficie.

Così in questo processo di astrazione la pittura, nella scansione temporale, si fa ricerca dell'effetto tonale su una superficie che, per l'irregolare conformazione, si misura con lo spazio, a volte illuminato (anche artificialmente come nelle più recenti pitture), a volte lasciato opportunamente in ombra. In questo irregolare "luogo della pittura", la luce si integra amplificando la pura azione del pittare. Un procedere razionale che ci appare estraneo a un'interpretazione che individua nel caos, o nella sola improvvisazione, l'azione creativa dell'artista; la sua ricerca è essenzialmente incentrata sullo studio dei colori e dei loro possibili effetti. E come cambiano le atmosfere delle stagioni, o come varia l'angolo di rifrazione della luce, così si modifica la pittura. È questo guardare al divenire del tempo, alla mutevolezza della luminosità, alla vibrazione tonale della natura che lo porta a raccogliere l'identità fenomenica del paesaggio. È l'opera che, nella sua finitezza del fare, deve offrire una percezione fenomenologica della pittura. Non è dunque ciò che l'artista narra a stupire lo spettatore, ma quanto lo spettatore è in grado di individuare, nelle opere di Agosto, il suo essere nel mondo e in ciò che lo circonda.

Anche le opere di David Marinotto ci offrono delle riflessioni sia sul piano puramente linguistico che in quella della mutevolezza della forma. Goriziano, formatosi all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove insegna e dove ha seguito con attenzione i suoi maestri (Alberto Viani e Gian Carlo Tramontin, di quest'ultimo è stato assistente) e in particolare del processo di astrazione delle figure antropomorfe attraverso la diversa conformazione della linea. Questa forma di astrattismo, condivisa dall'artista, si mostra come la logica evoluzione del rapporto tra segno e realtà, tra idea e plasticità; un processo originato nelle esperienze delle avanguardie storiche (ma anche più tardi con le teorie costruttivistiche o concretistiche), la cui sintesi è la ricerca di unità tra materia, forma e le peculiarità della società moderna come il movimento, l'energia, la forza, i volumi, la spazialità ecc. Obiettivo dell'artista è però l'essenzialità della forma, una struttura ben caratterizzata dalle modulazioni variabili in cui la superficie diventa il luogo della sperimentazione e della ricerca del "volume" della luce. Lo scultore viene dunque ritenendo che la linea altro non sia che un segno che permette la realizzazione di una forma; è però sull'immagine ultima che viene elaborando la possibilità di una vibrazione che si accordi sia con la sinuosità della linea, sia nell'epifania della materia o addirittura (come nelle ultime sculture in alluminio) in una concessione al monocromo.

È dunque convinzione di Marinotto che se la linea crea la forma, la luce definisce i volumi. È questo l'incipit del suo procedere, poiché la sua progettualità non nasce dall'immediato contatto con la materia, ma origina dalle infinite possibilità della forma.

Sotto l'aspetto estetico, le sculture del goriziano muovono alla ricerca di un perfetto equilibrio all'interno di uno spazio delimitato. Un'operazione plastica storicamente comprovata ma ormai in grado di autogiustificarsi e di consolidarsi nella ricerca di ulteriori mutazione. Anzi, più spesso rinuncia alla singolarità della struttura scultorea, per promuovere la contrapposizione di due figure, a volte parallele altre nella sequenza di più piani. Ciò fa ritornare alla mente i ragionamenti dell'inglese Henry Moore, il quale sosteneva che nell'alternanza degli spazi convivono i vuoti e i pieni e che questi generano un mutevole andamento dei profili. Così gli stessi definiscono le modulazioni segniche delle forme e ne caratterizzano l'andamento della superficie. La dualità delle sculture segue due costanti: da un lato la realizzazione di forme plastiche che accentuano il ritmo e il contrappunto della figura, dall'altro la realizzazione di un insieme che apre al rapporto dialettico–formale tra i pieni e i vuoti; dato che i vuoti sono, per se stessi, pure forme, in quanto elementi architettonici dell'opera. In questo modo l'artista è in grado di operare una equilibrata sintesi tra spazio interno e spazio esterno, come sostiene A. Calò: "I vuoti in scultura non devono avere soltanto funzione di snellimento o di disegno dei contorni dei pieni."

Alla luce, come gorghi d'ombra fatti di superfici e creste vibranti nello spazio, spetta di valorizzare la materia, poiché la luce si riflette e si espande nello spazio con ritmi a volte regolari, altre con una sospesa fluidità, come una compresenza di motivi ritmici dai quali si alternano cavità in un costante gioco di assenze e presenze.

Così, senza dimenticare gli ausili del mestiere e della tradizione, Marinotto cerca una propria misurata e silenziosa risposta alla sua ricerca in termini di ragione e di sentimento, rispondendo alle nuove e talvolta invadenti istanze di un tempo sempre più insistente nella comunicazione e perciò più confuso.

 

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David

MArinotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Senza Titolo - 2014

tecnica mista 70x50 cm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Senza Titolo - 2014

tecnica mista 70x50 cm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Senza Titolo 2015

alluminio dipinto e ottone rodiato 50 cm